venerdì 10 giugno 2011

Krugman e l'incomprensibile BCE

Ancora un post sulla BCE e la sua voglia di stretta monetaria? Ebbene sì, perchè puntuale ieri è arrivato l'avvertimento implicito da parte di Jean-Claude Trichet che la BCE alzerà ancora i tassi d'interesse al 1.5% a Luglio. Come scrive Il Sole 24 Ore do oggi, la BCE non sembra curarsi della crisi debitoria degli Stati periferici e della ripresa stentata dell'Eurozona Germania esclusa, vedi post del 2 Giugno "La Banca Centrale Eurotedesca" .
La BCE si è anche detta contraria a qualsiasi forma di ristrutturazione del debito greco, nonostante il crollo del PIL, -5.5% nel primo trimestre 2011 rispetto al primo trimestre 2010. Nonostante questi dati, continua l'imposizione di fortissime misure di austerity e si guarda a un rialzo dei tassi. Rialzo che è poco giustificato dall'inflazione, prevista poco al massimo intorno al 2.7% nel 2011 e al 2.3% nel 2012 tenendo conto anche dei prezzi di carburanti e cibo, i più volatili e in assenza di crescita delle aspettative.
Inteso che evitare un default greco è necessario per proteggere le banche tedesche e francesi fortemente esposte (vedi post del 15 Aprile ) con il rialzo dei tassi si sta facendo molto di più. A scriverlo è Paul Krugman sul New York Times . Infatti le politiche restrittive, sia fiscali che monetarie, in un contesto di scarsa ripresa come quello in cui ci troviamo, sono politiche deflazionistiche e non solo volte a contrastare un'inflazione crescente (che crescente non è!). E' risaputo che l'inflazione porta un vantaggio per il debitore, di fatto erodendo il credito che la controparte vanta nei suoi confronti. Al contrario, una deflazione accresce il valore del credito, inguaiando ancora di più il debitore. Quello che accade in Europa come negli USA, è una tendenza ad una bassissima inflazione, anche a costo di mettere a repentaglio la ripresa, l'occupazione e la situazione debitoria di alcuni Stati.
Krugman poco comprende la logica di tutto ciò e vede una manovra di protezione dei grandi centri di interesse, i grandi investitori-creditori. Nel caso dell'Eurozona, tutto ciò si traduce in una conclusione: non solo si stanno salvando le banche esposte, ma di fatto si sta evitando anche l'erosione dei crediti da parte di una inflazione tutt'altro che eccezionale, ma che potrebbe essere il giusto e non elevato prezzo per una ripresa finora troppo debole.

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